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Il silenzio in terapia

“Se vuoi che qualcuno entri nel tuo mondo devi prima entrare nel suo”

Milton Erickson

A volte in terapia ciò che scandisce il tempo della seduta e che risuona sulle pareti della stanza, non è il suono delle parole, ma il ticchettio regolare della lancetta dei secondi o il suono irregolare dei respiri e dei sospiri.

Ci sono momenti della terapia dove il silenzio delle parole del paziente attende risposta nel silenzio rispettoso e accogliente del terapeuta. Perché quel silenzio ha, in quel preciso momento, un significato. Porta con se un messaggio.

Urlo di Munch

La chiave di accesso per poter entrare nel mondo interno degli altri, è prima di tutto l’ascolto e l’ascolto è sempre prima di tutto silenzio e attesa. Ma ciò non vuol dire che il silenzio abbia sempre a che fare con il silenzio. Quindi nella stanza della terapia il silenzio diventa tramite e definisce quel legame. Il terapeuta col suo silenzio, lascia uno spazio, pronto ad accogliere l’altro.

L’assenza delle parole non denota quindi assenza di comunicazione. Anzi, al contrario, l’assenza di parole, definisce un altro piano comunicativo, forse più arcaico, ma decisamente evocativo ed efficace.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

L’utero è mio: F.

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“Perchè dovete fare i conti con il mio utero?”

F. urlava a gran voce il desiderio – che diventava quasi un bisogno urlato in maniera sorda ma incessante- di voler scegliere del proprio corpo, della propria vita.

F. è una bellissima donna di 35 anni, appare sicura e ha lo sguardo sincero e limpido; i suoi occhi sanno di vita conquistata passo dopo passo, senza chiedere niente a nessuno.

La donna ha chiesto dello psicologo perchè tormentata dalle richieste di chi a 35 anni la vuole madre e moglie.

“Non fanno altro che dirmi che devo muovermi.. che è tardi.. che sono vecchia.. che sarò la nonna dei miei bambini.. E quando rispondo che figli non ne voglio.. mi dicono che sono una persona orribile! Ma la smettono di fare i conti con il mio utero?”

F., ha urlato così tanto il bisogno di vivere la propria vita da aver perso la voce.

F., ha inizialmente mostrato una sempre crescente difficoltà a pronunciare alcune parole (ad esempio sediolino, tavolino) fino a giungere a una afasia sempre più presente e forte.

Le prime parole che F., ha smesso di pronunciare rimandavano in termini quasi onomatopeici o per similarità acustica (o desinenza) al termine bambino: tavol-ino/ bamb-ino… sediol-ino/bamb-ino.

Sembrava esserci stato uno scivolamento del significato dal simbolico, sul piano del reale creando una sostituzione dove nell’impossibilità di attestare la mancanza di un bambino, F., ha cominciato lentamente ad eliminare termini che ad esso, per linee associative, rimandassero.

Poco alla volta F., ha ridotto sempre più il suo vocabolario convertendo nel somatico il proprio disagio psichico

“Quando smetteranno di dirmi quel che devo essere?”.

“Io voglio essere come i bambini; magari se torno una bambina tutti torneranno ad amarmi”

“I bambini non parlano”.

F. sta seguendo un percorso di riabilitazione psichiatrica che prevede la centralità, oltre alla cura farmacologica, della psicoterapia familiare. Tutti i membri della sua famiglia (attivazione della rete di supporto familiare), sono membri attivi del percorso di riabilitazione di F.

Quando i membri di una famiglia si mettono tutti in gioco, diventando membri di una squadra che procede tutta verso lo stesso obiettivo, i risultati riescono ad essere non solo più veloci, ma anche duraturi.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Terapia Familiare Reale.

Anche la Royal Family in terapia! Tre o quattro giorni fa mi balza agli occhi questa notizia, riportata su diverse testate giornalistiche e sui media. Pare che la Regina Elisabetta (94 anni) abbia deciso di intervenire “terapeuticamente” per provare a ricucire i rapporti familiari reali deteriorati, “proponendo” una terapia familiare, con l’aiuto di un professionista. Da indiscrezioni (riportate sempre dalle varie testate giornalistiche) pare che la Regina abbia preso addirittura in considerazione la possibilità dell’utilizzo della videoconferenza, qualora fosse impossibile vedersi da vicino, considerando anche l’emergenza sanitaria in corso.

Royal Family

Da Terapeuta Sistemico Relazionale questa notizia mi rende davvero lusingato della fiducia della Regina nella Psicoterapia e orgoglioso della mia professione.

La terapia familiare è uno strumento molto potente e attraverso diverse tecniche e metodologie può riequilibrare i ruoli e le funzioni all’interno del sistema familiare, migliorando anche i processi di differenziazione dei suoi membri, aiuta a superare e “metabolizzare” le crisi delle varie fasi di sviluppo.

Le famiglie possono, in maniera inconsapevole, condizionare i propri membri attraverso aspettative e “miti”, tramandati dalle passate generazioni. Aspettative insormontabili di “eccellenza” che possono generare nei membri della famiglia situazioni insostenibili e costrittive. L’utilizzo della storia familiare consente, in una terapia familiare di utilizzare e studiare elementi del passato per comprendere i nodi evolutivi delle attuali relazioni connettendoli al presente, a ciò che sta succedendo.

Simpson – Miti Familiari, fantasmi delle passate generazioni.

Carl Whitaker sosteneva che “la famiglia sana è dinamica, non statica… la famiglia sana è un sistema in movimento” (C.A. Whitaker e W.M Bumberry, 1989); una famiglia ha bisogno di essere in continuo movimento, deve avere la possibilità di poter sperimentare il cambiamento. Nelle famiglie “sane” le norme agiscono come se fossero un sottofondo, una guida e quindi aiutano il sistema e i membri a crescere; di contro in una famiglia patologica “le norme sono utilizzate per limitare e il cambiamento e lo status quo”.

Possiamo dedurne che un sistema familiare flessibile e dinamico sia più funzionale e più “sano” di uno rigido e gerarchico.

“Solo quando abbiamo la libertà di non appartenere ha significato unirsi a qualcuno. Quindi l’associazione è chiaramente un atto di volizione, una questione di scelta, non un obbligo”

Carl A. Whitaker, “Danzando con la Famiglia”, (1989).
Simpson – Terapia Familiare

Insomma l’idea della Regina (sempre al passo con i tempi, nonostante l’età) è buona, anzi ottima, ma i risultati della terapia familiare saranno quelli da lei auspicati?

Sarei curioso di essere nei panni del loro terapeuta per vederlo da vicino.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott. Gennaro Rinaldi

Rif. Biblio: “La Terapia Sistemico – Relazionale tra coerenza e strategia”, R. Aurilio – M. Menafro – M.G.A. De Laurentis, Franco Angeli (2015). “Danzando con la Famiglia”, C. A. Whitaker – W.M. Bumberry, Astrolabio (1989).