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Dico la verità: dichiaro il falso.

Immagine Personale.

Propongo adesso due affermazioni: una volta lette, scegliamo quella che – a nostro avviso- descrive meglio il funzionamento della memoria umana.

  1. Tutto ciò che impariamo viene immagazzinato nella memoria (compresi alcuni dettagli inaccessibili); tali dettagli possono però essere recuperati con tecniche come quelle dell’ipnosi o altre tecniche specifiche.
  2. Alcuni dettagli della nostra memoria vengono persi, durante il corso della vita, per sempre. Questi dettagli persi non saranno mai recuperabili (nè con l’ipnosi nè con altre tecniche) in quanto non esistono più nella nostra mente.

La maggior parte delle persone è portata a scegliere la prima affermazione. Si ritiene – comunemente – che tutto ciò che noi apprendiamo sia depositato in memoria dove permarrà per sempre (anche se non immediatamente disponibile).

La verità è che noi abbandoniamo in continuazione ricordi ed elementi delle nostre esperienze percettive, anche quelle più comuni e che fanno parte della nostra quotidianità. Se ad esempio ci chiedessimo se stamattina, quando siamo scesi in strada, abbiamo incontrato prima un uomo o una donna (ad eccezione dell’incontro di un amico o conoscente), molto probabilmente la domanda sarebbe di difficile risposta.

La memoria umana non è -infatti- un fedele registratore di quanto ci è intorno (o della nostra vita). Un aspetto molto interessante circa la nostra memoria, concerne quella visiva e la sua relazione con la testimonianza oculare. Molti studiosi (partendo da Cattell nel 1895) hanno avuto modo di evidenziare come la memoria del testimone oculare non sia del tutto attendibile.

L’abilità degli individui a ricordare i dettagli (o eventi a cui hanno preso parte), è scarsa e diminuisce man mano che aumenta il tempo di separazione dall’evento stesso. Vi sono però molte situazioni in cui gli individui sono chiamati a testimoniare; pertanto la domanda diventa “bisogna sempre credere al testimone oculare?”.

Di questo punto si è occupata in particolare Elisabeth Loftus (1974) conducendo degli esperimenti per valutare l’affidabilità del testimone oculare.

Uno degli esperimenti era legato al ricordo di incidenti automobilistici: ai soggetti venivano mostrati 7 filmati con una durata tra i 5 e 30 secondi(questi filmanti mostravano veri incidenti d’auto racchiusi nell’archivio del dipartimento di polizia). Dopo tale visione ai soggetti sperimentali veniva sottoposto un questionario con tutta una serie di domande inclusa la domanda cruciale, legata all’andatura della velocità delle auto nel momento dell’incidente. I soggetti ricevevano tutti la stessa domanda (lo stesso questionario) ma questa domanda era formulata in modo diverso (ad alcuni era chiesto dell’auto fracassata, ad altri dell’auto scontrata, toccata.. sbattute).

I risultati mostrarono che il termine influenzava la risposta; anche se i soggetti avevano assistito allo stesso incidente, in base al termine usato (più o meno grave), la risposta si modificava (con significative differenze statistiche).

In sostanza il termine produceva nella memoria del soggetto il ricordo di un incidente più o meno grave (compatibilmente con un termine più o meno grave/aggressivo, usato).

In conseguenza di questi studi e di tutti i filoni di ricerca derivati, ci si è posti il dubbio in merito alla testimonianza (spesso decisiva) offerta dai testimoni oculari; testimonianza da cui dipende il più delle volte la presa di decisione di una condanna.

Possiamo indurre un testimone (consapevolmente o inconsapevolmente) a dichiarare il falso?

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.