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Di padre in padre: trasmissione transgenerazionale.

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Un giovane uomo giunge in consultazione perché finalmente -dice- può chiedere aiuto e può provare a darsi delle risposte. Il ragazzo vive (come racconterà), una condizione di disagio che affonda radici fin nell’infanzia; racconta di un clima familiare freddo, distaccato e ostile (riferirà di diversi episodi in cui il padre, con atteggiamento da padrone pretendeva dal figlio risultati eccellenti in ogni campo della vita; tuttavia questi risultati non erano mai quelli sperati, motivo per cui la tanto cercata approvazione paterna, non arrivava mai).

“Oggi sono un uomo, giovane certo, ma pur sempre un uomo. Ho innanzi la possibilità di cambiare vita ma mi sembra di scappare. Ho la possibilità di andare via, lontano, di volare da un’altra parte ma non so per quale motivo la sera hanno preso a tormentarmi fantasmi.. Vedo me stesso da piccolo e vedo mio padre così crudele e cattivo. Mi sento perso. Sogno sempre me da piccolo chiuso in uno stanzino che piano piano restringe le mura fino a schiacciarmi; quando sento che sono diventato niente mi sveglio e ho come la percezione di guardarmi dall’alto”.

(Compirò adesso un salto diacronico dei colloqui al fine di presentare al lettore il focus dei colloqui stessi).

Il giorno stabilito arriva in consultazione il ragazzo con suo padre.

La presenza fisica dell’uomo è ingombrante; non si tratta tanto della stazza fisica che lui porta con un certo charme, quanto ciò che appare come ingombrante e pesante, è l’eloquio dell’uomo stesso; le descrizioni che fornisce di suo figlio; l’atteggiamento di superiorità che mostra verso il ragazzo; l’assoluta non considerazione dei sentimenti del giovane mi restituiscono un tale appiattimento da farmi sentire schiacciata (proprio come il ragazzo nel sogno).

L’uomo restituisce una descrizione della famiglia come assolutamente priva di problemi; l’uomo è inoltre convinto di parlare (da sempre) con il figlio “siamo una famiglia in cui si dialoga, Dottoressa… Non so come sia possibile che si sentano certi fatti sulle famiglie.. Figli che scappano e che non si trovano.. Madri che se ne vanno. Noi siamo una famiglia sana.. Per questo non capisco sto ragazzo che problemi possa avere. Certo è sempre stato taciturno è possibile che io lo abbia definito un senza palle ma voglio dire.. Ha presente io come sono cresciuto? Che si aspetta da me… che io gli dica sei bravo?”

Nel mentre l’uomo dice queste parole si ferma e in un lasso temporale talmente labile da non saperne rendere idea, forma o quantità, l’uomo si tira giù la mascherina e piange.

La storia dell’uomo è complessa. Figlio di contadini scarsamente scolarizzati era sempre stato amante della scrittura e dell’espressione artistica. La famiglia non comprendeva la possibilità di avere un figlio con un animo così artistico e gentile; un figlio senza palle, senza sostanza e senza peso; un figlio di cui vergognarsi perché l’uomo per essere uomo deve avere i calli sulle mani, poca voglia di fare poesia e tanta di essere riconosciuto nel mondo, di farsi una posizione di valore.

La possibilità diviene quindi, ora, quella di lavorare e approdare a una trasformazione di quegli aspetti psichici inconsci trasmessi dai propri genitori che, proprio perché difficilmente pensabili, si rendono visibili nella forma di sintomi nei figli. La potenzialità trasformativa del processo che in questo modo si avvia, consente di alleviare nei genitori e nel figlio la sofferenza psichica che l’incapsulamento, frutto del gioco di proiezioni incrociate, ha prodotto.

L’umo altro non fa che agire (sul figlio) quello che suo padre ha, in precedenza, fatto con lui stesso; di converso il figlio fa quello che suo padre ha (in passato) fatto con suo nonno.

Padre e figlio lottano per ricevere il tanto desiderato riconoscimento paterno.

Lavorare in un’ottica che valuti le dinamiche della trasmissione transgenerazionale, vuol dire considerare e attuare uno spostamento dalla prospettiva data dalla sola dimensione intrapsichica allo studio dei rapporti tra l’intrapsichico e l’interpersonale.

Il trans-generazionale rende ragione del processo inconscio attraverso il quale un individuo entra in contatto con un’esperienza del suo passato familiare da lui non vissuta ed estranea alla sua coscienza; una sorta di eredità inconsapevole di eventi traumatici rifiutati o negati da coloro che li hanno vissuti, che si sedimentano progressivamente nella psiche dei discendenti. 

Il giovane uomo si trova pertanto, suo malgrado, ad agire il non elaborato paterno; quel non elaborato che Kaes ricorda, va considerato durante l’analisi ad esempio dei bambini o adolescenti, quel non elaborato fatto dalle fantasie inconsce genitoriali e dagli elementi transgenerazionali stessi.

Il padre ha trasmesso al proprio figlio, il fantasma (con annesse immagini di fantasia) di un padre cattivo, fagocitante e castrante; un padre che non dirà mai “bravo!”; questo padre è lo stesso che appare in sogno al giovane, sotto forma di fantasma (la dissociazione che lui avverte quando è sul punto di risvegliarsi dall’incubo in cui è schiacciato e si vede come un fantasma che vola) sembrerebbe proprio essere il corrispettivo di una identificazione attuata nei confronti del paterno (e quindi con suo nonno).

“Dottoressa io non voglio un domani dover dire a mio figlio che è senza palle e debole. Voglio dire a mio figlio che già il solo essere qui, è un atto di forza e coraggio!”

L’infantile resta dentro di noi -per sempre- come risorsa e destino; più lo scopriamo, comprendiamo, accettiamo e riconnettiamo rendendolo un tassello nell’unicum personale della nostra storia, integrandolo e accettandolo (anche quando non piacevole), più molti aspetti di noi stessi ci risulteranno meno estranei o incombenti; solo in questo modo la crescita e la salute mentale sono possibili.

(Anche quando tuo padre non ti dice che vali.)

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Alleanze inconsce.

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Secondo Kaës, per formare una coppia sono necessari un accordo, qualcosa di comune, un aspetto di indifferenziazione, una fantasia di formare un’unica unità e aspetti e oggetti condivisi che non appartengono totalmente né all’uno né all’altro, ma che appartengono -invece- un po’ all’uno e un po’ all’altro.

Per l’autore è pertanto possibile identificare, in un gruppo o in una coppia, degli aspetti singolari e degli aspetti comuni e condivisi, oltre a ciò che non è tale e viene chiamato da Kaës stesso: differente.

Il singolare corrisponde allo spazio psichico individuale che comprende la storia di ciascun individuo, i relativi aspetti inconsci, le sue identificazioni o relazioni d’oggetto. Un parte degli aspetti singolari nasce da ciò che è stato ereditato, da ciò che è stato acquisito e trasformato e da ciò che è rimasto non trasformato.

E’ Freud stesso, in Introduzione al narcisismo, 1914, a sostenere che “L’individuo conduce effettivamente una doppia vita, come fine a se stesso e come anello di una catena in cui è strumento, contro o comunque indipendentemente dal suo volere”.

Il comune è ciò che di psichico unisce i membri di un legame (può essere un desiderio, sogno o alleanze inconsce). Si tratta dell’area che porta alla necessità di abbandonare o perdere alcuni confini individuali, una certa indifferenziazione ma è anche la base psichica che permette all’individuo di emergere nella sua singolarità.

Il condiviso corrisponde alla parte comune ai soggetti del legame.

Il differente è lo scarto tra i soggetti nel momento in cui la loro differenza rivela quello che non può essere comune né condiviso tra loro.

Il concetto di alleanza inconscia è, nelle parole di Kaës “ciò che si trasmette, ciò che non si contiene, ciò che non si ricorda; la colpa, la malattia, la vergogna, il rimosso, gli oggetti perduti. Sono questi gli oggetti che, muniti dei loro legami vengono trasportati, proiettati negli altri” (2010).

La trasmissione transgenerazionale può pertanto essere definita come la trasmissione dell’inconscio, delle sue formazioni e dei processi.

Le alleanze inconsce sono al centro dei processi e modalità di trasmissione psichica transgenerazionale, poiché sono al principio dei passaggi e legami tra gli spazi psichici.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.