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Tristezza.

Stato d’animo e umore malinconico che secondo Johnson Laird e Oatley, può manifestarsi anche in assenza di cause note e/o fattori visibilmente scatenanti. La tristezza è comunemente associata a delusioni, sconforto o frustrazione.

La tristezza può inoltre essere correlata a dolore acuto o derivare da un processo empatico.

Secondo gli autori, quando ci si sente tristi, bisogna indagare caso per caso la motivazione scatenate quella cioè che ha comportato tale stato d’animo.

La tristezza non ha manifestazioni acute (come ad esempio per la gioia). Le persone tristi sono – infatti- realistiche e non pessimiste; ciò comporta una importante differenza con la depressione.

Coloro che sono tristi non attribuiscono la colpa (ed esempio dei propri insuccessi) a se stessi (come accede nei depressi).

L’asimmetria tra gioia e tristezza è da attribuire a un meccanismo consapevole (nel primo caso) e inconsapevole (nel secondo). Quando siamo tristi troviamo gli eventi quotidiani spiacevoli e ci aspettiamo che il futuro ci riservi eventi sgradevoli; quando si è tristi consideriamo gli eventi negativi come dovuti alle circostanze piuttosto che derivati dalla nostra (mancata) volontà.

La tristezza può inoltre essere vista (quando segue un forte dolore), come un prolungamento fisiologico dell’emozione causata dagli antecedenti del dolore stesso.

Il dolore ha infatti una funzione adattiva (pensiamo a tal proposito al dolore avvertito, che spinge le persone ad andare dal proprio medico; quel dolore è stato la spia di una certa malattia); il dolore può anche servire (quando segue un’amputazione affettiva) a far elaborare il significato della perdita stessa.

Studio conosciuto anche come “Tristesse”.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

L’impotenza Appresa

Probabilmente tutti l’hanno sperimentata, molti hanno trovato poi un modo per evitare quella sensazione negativa, altri invece non riescono a trovare il modo per evitare lo stimolo doloroso che l’accompagna. Lo stato della mente che sto descrivendo riguarda l’incapacità di reagire davanti ad uno stimolo “psicologicamente doloroso e spiacevole”. Incapacità che anche l’impossibilità di evitarlo e di reagire per cambiare le cose.

La sensazione che si prova è molto simile ad una forma estrema di rassegnazione al dolore sia fisico che psicologico.

Questo fenomeno, chiamato “impotenza appresa“, è stato studiato da uno psicologo statunitense Martin Seligman. Praticamente Seligman spiega che una persona per “abbandonarsi” all’impotenza appresa deve aver appreso, dalla propria personale esperienza che “è inutile provare a modificare il proprio atteggiamento e il proprio comportamento, tanto non c’è più nulla da fare”. Pare che chi si lasci andare a questa idea, abbia la quasi totale certezza (spesso e volentieri falsa) che non può controllare ciò che gli sta facendo del male, così si accetta passivamente tutto. Questo stato mentale caratterizza anche alcuni disturbi psicologici (ad esempio la depressione).

L’impotenza appresa descrive quindi lo stato mentale di una persona che considera inevitabili gli esiti delle proprie azioni in una situazione di estremo stress.

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Le esperienze che caratterizzano la nostra vita, possono in qualche modo condizionare e modificare il nostro comportamento e le nostre risposte istintive. L’apprendimento negativo spiega anche perché possiamo accettare a volte in maniera passiva, situazioni molto brutte senza cercare una via d’uscita, che però in realtà esiste e che gli altri riescono a vedere.

Il carico eccessivo di aspettative negative hanno anche altre conseguenze. Portano infatti a scarsa stima di sé, tristezza, sintomi psicosomatici, stress e fallimenti reiterati.

La teoria dell’impotenza appresa, ha in parte spiegato e chiarito alcuni aspetti di patologie e fenomeni psicologici, emotivi e relazionali, che vanno dalla depressione, passando per le vittime di violenze e stalking fino alla dipendenza da droghe e alcol.

Ci sono ovviamente alcune variabili rispetto al fenomeno dell’impotenza appresa; per alcuni infatti, questo atteggiamento passivo interessa solo lo stimolo negativo che è all’origine, mentre per altri può estendersi a tanti aspetti della propria vita. Ciò si può spiegare con il fatto che alcune persone sono in grado di affrontare lo stress dello stimolo negativo e quindi riescono a confinare la sensazione d’impotenza alla situazione specifica, mentre gli altri non riescono ad avere questo controllo e si fanno sopraffare totalmente. Probabilmente questa differenza è dovuta a “mancati apprendimenti” che possono diventare inibizioni a un successivo sviluppo. Questo può succedere, ad esempio, in contesti familiari che hanno in qualche modo inibito lo sviluppo dell’autostima e dell’indipendenza del bambino, favorendo invece un senso di dipendenza e inadeguatezza.

Un’altra spiegazione potrebbe essere nell’individuazione di due tipi personologici opposti:

Coloro che rientrano nel gruppo dei “negativi” che vedono gli effetti di una situazione difficile come permanenti, pervasivi e dipendenti da una “colpa” loro;

Coloro che rientrano invece nel gruppo dei “positivi” che distinguono se stessi dalla causa esterna. Quindi riescono anche a percepire una possibilità di fronteggiarla.

Immagine Personale – Una via d’uscita

Gli stessi meccanismi possono essere anche alla base dello scarso successo scolastico di alcuni bambini, che frustrati da una serie di giudizi negativi all’inizio del loro percorso scolastico possono generalizzare erroneamente l’esito delle loro performance scolastiche e iniziare ad alimentare una escalation di risultati negativi che possono portare ad un fallimento negli studi.

Nonostante la forte resistenza di questo stato mentale nelle persone e la percezione persistente all’impossibilità del cambiamento, è possibile cambiare e riprendere a vivere una vita libera da “impedimenti”. La psicoterapia può certamente essere la soluzione e la svolta, ma il percorso terapeutico deve essere accompagnato da una forte motivazione da parte del paziente.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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If you want to deepen the subject you can click on the link of the book Seligman, M: Learned Optimism: How to Change Your Mind and Your Life

Se volete approfondire ecco il link del libro di Seligman: “Imparare l’ottimismo. Come cambiare la vita cambiando il pensiero”

L’importanza del “NO”.

Negli ultimi tempi in molte famiglie è cresciuto l’interesse per le emozioni dei bambini e dei loro vissuti personali. Questo interesse ad approfondire e sensibilizzarsi alle necessità dei bambini è decisamente una cosa molto positiva. Ma questo interesse, a quanto pare, va di pari passo con la necessità di molti genitori di evitare nei loro figli l’emergere di emozioni negative e quindi assolutamente da nascondere.

Per molti adulti, il modo più semplice per evitare (ed evitarsi) sensazioni spiacevoli e frustrazioni (rabbia, tristezza, pianto) è quello di abolire l’uso del “no”. C’è infatti una abitudine molto condivisa nelle giovani coppie di genitori “a lasciar perdere” a “non porre dei limiti” ai propri piccoli.

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Le reazioni di frustrazione dei bambini, sono abbastanza normali e comuni, semplicemente perchè i bambini piccoli, sono ancora caratterizzati da un egocentrismo molto marcato. Quindi questa loro “posizione cognitiva” li porta a voler avere tutto, e a voler vedere soddisfatte tutte le loro richieste e tutti i loro desideri, subito. Purtroppo la maggior parte dei genitori davanti alla possibilità di una reazione “esagitata” e negativa del bambino, tendono ad assecondare tutte le richieste e spesso a concedere anche di più. Queste concessioni spesso non sono pensate e possono portare qualche volta a conseguenze spiacevoli.

Pare che la tendenza degli adulti è quella di voler rimandare, in qualche modo, il periodo dei divieti, delle regole e dei no, all’adolescenza. o almeno ai primi anni di scuola primaria (7-8 anni), dove l’intercessione e l’aiuto sperato della scuola e degli insegnanti può rivelarsi a quel punto un po’ caotico. Spesso infatti tanti conflitti tra le famiglie e la scuola hanno origine nella gestione del comportamento dei bambini a scuola.

I primi “no” hanno un ruolo importantissimo nello sviluppo del bambino e con essi le prime emozioni negative. Lo stesso Psicologo infantile René Spitz mostrò l’importanza delle proibizioni fin dal primo anno di vita del bambino. In particolare Spitz studiò le interazioni adulto – bambino sin da quando quest’ultimo comincia a muoversi in maniera indipendente e volontaria (quando gattona o muove i primi passi e comincia a manipolare con interesse gli oggetti) e quindi può fare cose che lo possono mettere in pericolo. Egli mostrò che il bimbo piccolo, in genere, ripete verbalmente il no dell’adulto, accompagnandolo anche con il gesto della negazione con la testa. Tuttavia capita che il bambino torni sull’oggetto “proibito”, perché troppo attratto da esso, pur continuando a ripetere il “no”. L’adulto spesso interpreta questo movimento verso l’oggetto negato del bambino, come un atto di sfida. In realtà non è proprio così, in quel caso il bambino ha bisogno solo di avere una conferma e quindi anche di una risposta coerente, che lo possa portare ad “apprendere” quel no.

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Insomma, secondo Spitz, l’esperienza del “no” è una tappa fondamentale per lo sviluppo del bambino piccolo, che coinvolge sia aspetti emotivi che cognitivi. Infatti, identificandosi con la madre, che attraverso la negazione di un atto, gli sta infliggendo una frustrazione, il bambino ne riesce ad interiorizzare il divieto e il significato di questo, così potrà poi superare la sensazione di frustrazione in maniera positiva. In questo modo, compare per la prima volta anche una parola (il no), che prende un significato e sostituisce un gesto o un’azione.

Grazie all’uso dei primi “no” diventa possibile uno scambio reciproco, comunicativo, che genera le prime astrazioni. Il no quindi ha un significato determinante anche per la strutturazione dell’identità e per il carattere del bambino, che avrà la possibilità di far fronte alle frustrazioni e alle difficoltà.

Il divieto e la negazione, provocano certamente un disagio e malessere nel bambino, ma di contro rappresentano una fase di sviluppo importante.

Ma affinchè il “no” funzioni bisogna sia usato con coerenza e fermezza, ciò non vuol dire che bisogna dirlo in modo adirato, anzi il contrario, deve essere utilizzato con tono pacato, ma fermo e sempre motivato. Dirlo in maniera adirata creerebbe solo confusione e non avrebbe un peso comunicativo adeguato. Ovviamente ai no devono assolutamente essere collegati molti “si”, anch’essi coerenti e adeguati.

Insomma l’uso dei “no” deve essere un’occasione anche per gli adulti, per “crescere” insieme al bambino, come genitori consapevoli dell’importanza del loro ruolo e della chiarezza della comunicazione nelle relazioni con i propri bambini.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Sul divorzio

Oggi vorrei affrontare un altro argomento correlato all’articolo precedente della collega e al strettamente intersecato con il mio di ieri dedicato al matrimonio. Vi parlerò del divorzio.

Il divorzio è un evento paranormativo che traumatizza tutte le aree del legame, all’interno di una coppia inoltre “è considerato dai clinici come una crisi prevedibile del ciclo vitale della famiglia, sebbene l’attacco al legame che i soggetti avvertono è forte e traumatico” (V. Cigoli).

Il divorzio e la separazione, rappresentano una fase di cambiamento e sconvolgimento che interessa l’intero progetto di vita pensato e delineato nel corso del tempo da una coppia. Questa fase comporta una riorganizzazione di diversi aspetti della propria vita che riguardano gli aspetti economici, l’abitazione, le relazioni, i legami familiari.

Una separazione e un divorzio possono arrivare al termine del processo anche in maniera positiva quando entrambi i genitori hanno compreso le cause e le dinamiche implicite che hanno portato ad una fine prematura del rapporto.

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Quando la decisione della fine di un rapporto è univoca (cioè presa direttamente solo da uno dei coniugi), l’altro coniuge può vivere il distacco improvviso emotivamente come una condizione assimilabile al lutto.

Nel 2005 David Sbarra e Robert Emery, due psicologi americani hanno teorizzato il “modello ciclico del lutto”.

Questo modello prevede tre emozioni caratterizzanti che al termine di una relazione possono presentarsi inizialmente una per volta con forte intensità per poi presentarsi in maniera simultanea in un secondo momento. Ecco il ciclo delle emozioni:

  • L’ Amore caratterizza il sentimento di perdita e quella segreta speranza che tutto si possa “aggiustare” e rimarginare. Il rischio di rimanere bloccati su questa emozione porta alla negazione psichica della separazione perché la persona coverà dentro di se sempre la speranza che possa avvenire una riconciliazione;
  • La Collera aumenterà a causa della frustrazione subita. Si avrà la sensazione di essere stato ingannato e si darà la colpa all’altro per il dolore percepito. Il rischio di una fissazione su quest’emozione determinerà una visione alterata della realtà che porterà a investire solo ed esclusivamente l’altro coniuge delle colpe della separazione. L’ex sarà quindi considerato a tutti gli effetti la rovina della propria vita;
  • La Tristezza invece è legata a quel sentimento di profondo sconforto, vuoto e solitudine che si può provare in una situazione del genere. Purtroppo la fissazione a questa emozione può provocare stati depressivi e in alcuni casi più gravi pensieri suicidari. In questi casi in genere la colpa della separazione viene data a se stessi.

Se elaborati correttamente queste emozioni e questi contenuti dolorosi possono portare all’accettazione della separazione con la prospettiva della costruzione di un nuovo progetto di vita personale. Infatti, la fine del rapporto, anche se ricca di dolore e sofferenza, una volta elaborata, può rappresentare comunque la possibilità di una crescita interiore. La persona che si appresta ad affrontare questo cambiamento deve però affrontare la fine del legame, mettendosi in discussione e incuriosendosi della nuova realtà che la separazione comporta.

immagine personale

Questo processo di elaborazione del divorzio è dura e dolorosa, richiede un faticoso lavoro su se stessi. Però con un buon supporto psicologico è possibile superare queste fasi per poi cominciare ad investire su se stessi valorizzando le proprie risorse personali, ripensandosi e riadattandosi alla nuova realtà.