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Verità e inganni

“Nel tempo dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario.”

George Orwell
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Nel tempo in cui l’informazione, il marketing e la socializzazione “social” si alimentano di distorsioni della realtà ed inganni più o meno appariscenti, diveniamo sempre più assuefatti e abituati.

Del resto mentiamo spesso anche a noi stessi per giustificare e giustificarci.

Per evitare di affrontare verità profonde, nascoste, personali, familiari, preferiamo ricorrere all’inganno, all’illusione di negazioni ripetute.

Dire la verità diventa quindi un atto rivoluzionario?

dott. Gennaro Rinaldi

Pillole di Psicologia: Perché non riesco a convincerti?!?

Come mai alcune persone non riescono mai a cambiare idea, non lo vogliono fare e non ne vogliono proprio sapere di farlo? In una conversazione con queste persone non basta aver palesemente ragione e non basta ricorrere anche a dati scientifici e certi per farle cambiare idea o per farle almeno provare a ragionare e prendere in considerazione ciò che state dicendo loro.

L’uomo si può considerare, in generale (fatte ovviamente le dovute eccezioni), un “conservatore” delle proprie idee e convinzioni. Quindi l’aspetto “conservativo” è una caratteristica comune. Siamo un po’ tutti “capatosta”.

Volendo descrivere attraverso caratteristiche comportamentali e di carattere le persone più “capatosta” potremmo (per gioco) definire quattro diverse tipologie dei più “resistenti” al nuovo e a tutti i tipi di argomentazioni:

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I Tradizionalisti sono quelli che tendono a sposare le idee della maggioranza delle persone che considerano aderenti alle proprie idee e che hanno sempre pensato fosse così. Sono in genere persone “intellettualmente pigre”, poco curiose e abitudinarie nella vita. Sono poco avvezzi alle novità.

I Dogmatici invece sono quelli che basano le proprie idee e il proprio pensiero su principi e dogmi indiscutibili, spesso indirizzati dalla propria fede. Tante volte le loro idee sono in contrasto con la scienza.

I Bulli sono quelle persone che difficilmente riescono ad ammettere i propri errori. Si impuntano su delle tesi proprie solo per affermare che hanno ragione e pur di non ammettere di aver torto (perché rappresenterebbe una brutta figura ed una sconfitta personale). L’importante è non perdere la faccia e non farsi vedere “deboli”.

I Complottisti sono persone che per stabilire dove sia la verità tendono subito ad individuare chi può trarne vantaggio in quella situazione (politici, multinazionali, governi, aziende farmaceutiche..). Questa sarà una delle prove fondanti delle loro idee e la porteranno avanti con grande tenacia. Generalmente hanno difficoltà a tollerare la complessità e la casualità di eventi e situazioni che caratterizzano la propria vita o la società. Sono diffidenti e quindi molto difficilmente cambiano idea perché ovviamente hanno dalla loro parte ragionamenti e deduzioni apparentemente molto soddisfacenti e vicini alla verità.

Insomma convincere qualcuno non è affatto semplice e bisognerebbe comprendere innanzitutto le ragioni del nostro interlocutore, dove originano le proprie idee, la propria cultura e il proprio background formativo e cognitivo.

L’ascolto e la comprensione delle idee altrui è sempre alla base di un buon scambio verbale e di una buona comunicazione. In fondo siamo un po’tutti “capatosta”.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Dico la verità: dichiaro il falso.

Immagine Personale.

Propongo adesso due affermazioni: una volta lette, scegliamo quella che – a nostro avviso- descrive meglio il funzionamento della memoria umana.

  1. Tutto ciò che impariamo viene immagazzinato nella memoria (compresi alcuni dettagli inaccessibili); tali dettagli possono però essere recuperati con tecniche come quelle dell’ipnosi o altre tecniche specifiche.
  2. Alcuni dettagli della nostra memoria vengono persi, durante il corso della vita, per sempre. Questi dettagli persi non saranno mai recuperabili (nè con l’ipnosi nè con altre tecniche) in quanto non esistono più nella nostra mente.

La maggior parte delle persone è portata a scegliere la prima affermazione. Si ritiene – comunemente – che tutto ciò che noi apprendiamo sia depositato in memoria dove permarrà per sempre (anche se non immediatamente disponibile).

La verità è che noi abbandoniamo in continuazione ricordi ed elementi delle nostre esperienze percettive, anche quelle più comuni e che fanno parte della nostra quotidianità. Se ad esempio ci chiedessimo se stamattina, quando siamo scesi in strada, abbiamo incontrato prima un uomo o una donna (ad eccezione dell’incontro di un amico o conoscente), molto probabilmente la domanda sarebbe di difficile risposta.

La memoria umana non è -infatti- un fedele registratore di quanto ci è intorno (o della nostra vita). Un aspetto molto interessante circa la nostra memoria, concerne quella visiva e la sua relazione con la testimonianza oculare. Molti studiosi (partendo da Cattell nel 1895) hanno avuto modo di evidenziare come la memoria del testimone oculare non sia del tutto attendibile.

L’abilità degli individui a ricordare i dettagli (o eventi a cui hanno preso parte), è scarsa e diminuisce man mano che aumenta il tempo di separazione dall’evento stesso. Vi sono però molte situazioni in cui gli individui sono chiamati a testimoniare; pertanto la domanda diventa “bisogna sempre credere al testimone oculare?”.

Di questo punto si è occupata in particolare Elisabeth Loftus (1974) conducendo degli esperimenti per valutare l’affidabilità del testimone oculare.

Uno degli esperimenti era legato al ricordo di incidenti automobilistici: ai soggetti venivano mostrati 7 filmati con una durata tra i 5 e 30 secondi(questi filmanti mostravano veri incidenti d’auto racchiusi nell’archivio del dipartimento di polizia). Dopo tale visione ai soggetti sperimentali veniva sottoposto un questionario con tutta una serie di domande inclusa la domanda cruciale, legata all’andatura della velocità delle auto nel momento dell’incidente. I soggetti ricevevano tutti la stessa domanda (lo stesso questionario) ma questa domanda era formulata in modo diverso (ad alcuni era chiesto dell’auto fracassata, ad altri dell’auto scontrata, toccata.. sbattute).

I risultati mostrarono che il termine influenzava la risposta; anche se i soggetti avevano assistito allo stesso incidente, in base al termine usato (più o meno grave), la risposta si modificava (con significative differenze statistiche).

In sostanza il termine produceva nella memoria del soggetto il ricordo di un incidente più o meno grave (compatibilmente con un termine più o meno grave/aggressivo, usato).

In conseguenza di questi studi e di tutti i filoni di ricerca derivati, ci si è posti il dubbio in merito alla testimonianza (spesso decisiva) offerta dai testimoni oculari; testimonianza da cui dipende il più delle volte la presa di decisione di una condanna.

Possiamo indurre un testimone (consapevolmente o inconsapevolmente) a dichiarare il falso?

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

“Pierino!! Che hai combinato!”

Immagine Personale : “Ridi pagliaccio!”

Pierino.. il monello per eccellenza, onnipresente in tutte le barzellette. Difficilmente vi sarà capitato di non ascoltare di qualsivoglia vicenda occorsa al malcapitato bambino che, vittima o pasticcione ne combina di tutti i colori.

Stamattina riflettevo proprio sull’importanza dello scherzo e dell’umorismo.

“Scherzando si può dire tutto, anche la verità”.

S.Freud.

L’umorismo è anche considerato dallo stesso Freud, come un potente meccanismo di difesa poichè in tale accezione, una battuta, permette di bloccare le emozioni spiacevoli consentendo un risparmio di energia psichica.

Buona risata a tutti.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.