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Musica in Pillole: Musicisti non si nasce… Forse.

Immagine Personale “Mozarthaus Wien”.

Mozart resta il genio assoluto della musica classica, un talento ancora oggi difficilmente raggiungibile, tenendo conto del periodo storico, delle possibilità, dell’età e del contesto..

Ma.. quando diciamo che il nostro Wolfgang Amadeus era dotato di un talento innato, stiamo dicendo qualcosa che corrisponde a verità oppure siamo preda di un semplice bias?

Esiste – in sostanza- una predisposizione genetica per la musica?

Immagine Personale. Spartiti originali Mozart , Mozarthaus Wien.

Secondo Elizabeth Margulis dell’Università dell’Arkansas – Stai Uniti- ciò che realmente conta, nella musica, è l’esercizio.

La ricercatrice ha osservato le risonanze magnetiche di violinisti e flautisti professionisti registrate mentre ascoltavano alcune melodie eseguite da un violino o flauto; la ricercatrice ha osservato che quando i violinisti ascoltavano brani suonati da un violino, le aree del loro cervello specializzate nell’analisi della sintassi e timbro musicale si attivavano maggiormente di quando i violinisti stessi udivano un’aria eseguita da un flauto (e viceversa).

Secondo Margulis, se le doti musicali sono innate il cervello dovrebbe rispondere in egual maniera a tutta la musica.

“Secondo molti scienziati, il cervello di un musicista è diverso da quello della maggioranza delle persone”, spiega la ricercatrice, eppure a giudicare dai risultati dello studio pubblicato su Human Brain Mapping, non sembra sia così.

Sembra che la differenza sia da imputare alle tante ore di esercizio, cui i musicisti si dedicano (partendo fin dalla più tenera età) che finirebbe per modellare l’architettura cerebrale; parliamo della nota plasticità cerebrale.

Ciò su cui però vorrei riflettere, è la questione dell’attivazione del cervello del violinista (come da esempio riportato), quando sottoposto all’ascolto di un altro violinista che suona. Ciò che forse potrebbe avvenire (mio modesto parere), è il fatto che si chiama in causa un concorrente nella professione, il che scatena (da un lato) l’abitudine alla concorrenza tanto spietata nell’ambito musicale, dall’altro lato poi si potrebbero attivare le aree cerebrali deputate all’esercizio perché abituate al richiamo del proprio strumento.

In poche parole se a me – pianista- capita di udire il suono di un piano, qualsiasi cosa io stia facendo, comincia a cantare l’aria che sento, la analizzo cercando tonalità, alterazioni, tempo, canto le note e mimo con le mani i tasti da suonare..

Il suono mi chiama.

Circa le ore di studio poi, se il talento dipendesse solo da quello, ci sarebbero milioni di Mozart nel mondo visto che non c’è musicista che non studi almeno 5/6 ore (se non ci sono esami o concerti all’orizzonte) per giungere tranquillamente fino alle 10 ore, e non tutti sono disposti a tale sacrificio..

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.