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Giocare..

„È nel giocare e soltanto mentre gioca che l’individuo, bambino o adulto, è in grado di essere creativo e di fare uso dell’intera personalità, ed è solo nell’essere creativo che l’individuo scopre il sé.“

Donald Woods Winnicott
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Non perdiamo mai la gioia di giocare. Facciamo giocare i bambini e i ragazzi. Insegniamo loro a giocare e giochiamo insieme a loro. Il gioco è un prodotto della nostra fantasia, della nostra creatività, è un pezzo importante del nostro essere.

dott. Gennaro Rinaldi

Il bambino, l’ambiente, l’handling e l’holding.

Quanto è importante l’ambiente e l’esperienza reale del bambino per il suo sviluppo maturativo? E quanto è importante la relazione con i genitori nelle prime fasi dello sviluppo?
Buona lettura!

ilpensierononlineare

Quanto è importante l’ambiente e l’esperienza reale del bambino per il suo sviluppo maturativo?

Secondo un noto psicoanalista e pediatra inglese Donald Winnicott (morto nel 1971), il ruolo della madre (le prime cure) e dell’ambiente è fondamentale per lo sviluppo del bambino e per lo strutturarsi del suo Sé.

La funzione naturale della madre, chiamata da Winnicott “preoccupazione materna primaria” offre al suo bambino quel sostegno necessario all’integrazione tra psiche e soma (personalizzazione), allo strutturarsi di una vera relazione oggettuale e di un senso di realtà. Questo sostegno (holding) insieme alla manipolazione (handling – lavare, nutrire, accarezzare, coccolare) sono essenziali all’instaurarsi di una buona relazione madre-figlio. Il bambino sarà allora in grado di superare una serie di angosce “impensabili”.

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Winnicott aveva inoltre sottolineato anche l’importanza dell’esperienza e delle relazioni reali con l’ambiente per lo sviluppo maturativo del…

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Lacerazione del vestito Identitario: H. e il cutting.

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Una ragazza di origini straniere arriva al consultorio su invio della madre. La giovane di 15 anni è in realtà molto felice di essere da noi (le motivazioni intrinseche appaiono pertanto piuttosto forti sin da subito), e H. non ha problemi a raccontarci la sua storia.

Brevemente: la ragazza si presenta come una giovane molto carina e curata; è leggera quando si muove nello spazio, quasi sembra sia fatta di seta, resistente e di spessore sottile. Ciò che colpisce è – tuttavia- una sorta di spettralità che quasi avvolge la ragazza; una sorta di alone di tristezza che si mescola con la sua evanescenza dei movimenti.

La giovane dice di essersi trasferita in Italia con la madre quando lei aveva all’incirca 3 anni; del padre non si sa nulla. La madre aveva un ottimo lavoro nel paese di origine ma ha deciso ugualmente di trasferirsi.

Dalla raccolta anamnestica sappiamo che la famiglia (composta dalle sole 2 donne) si trasferisce frequentemente: pur restando nella stesa regione, la diade cambia comune di residenza almeno 2 volte l’anno. H. non ha amici e nemmeno un fidanzato (cosa che vorrebbe, invece con tutto il cuore); ama il teatro ma non può frequentare nessuna compagnia a causa dei continui trasferimenti; ha smesso gradatamente di mangiare “tanto mangio sempre da sola!” dorme sempre meno (fa un uso smodato delle maratone netflix), non ha interessi per nulla e dice di sentirsi pesante nel petto.

Da successive informazioni e un ulteriore colloquio con la madre, sappiamo che H. da qualche tempo usa infliggersi tagli sul corpo.

Circa il 70% dei giovani tra i 12 e i 14 anni usa provocarsi ferite, piccoli tagli e/o bruciature. L’autolesionismo è stato inserito nel DSM V all’interno dei “disturbi diagnosticati per la prima volta nell’infanzia, fanciullezza e adolescenza” come autolesionismo non suicidario e autolesionismo non suicidario non altrimenti specificato.

Nock, 2006 o Fliege, 2009, evidenziano come l’autolesionismo in adolescenza sia associato con la depressione, relazioni familiari disfunzionali, isolamento scolastico, ansia, etc; sembra inoltre che tale condotta possa essere letta come una strategia disadattiva di coping. Le strategie di coping sono infatti tutte quelle con le quali le persone affrontano le situazioni potenzialmente stressanti. Il coping viene definito come l’insieme degli sforzi cognitivi, affettivi e comportamentali di un individuo attivati per controllare specifiche richieste interne.

Sappiamo – con Freud, 1928- che l’Io è innanzitutto un’entità corporea, è infatti il derivato sia di tutte quelle sensazioni corporee che di quelle provenienti dalla superficie del corpo; è ciò che Winnicott – ad esempio- ci rende noto quando parla dell’handling materno ovvero di tutte quelle attività che riguardano la manipolazione del corpo del neonato (pulizia, massaggi, coccole, e così via).

Sappiamo che H. si trova in quella delicata fase della vita che è l’adolescenza.. un adulto in divenire che lotta continuamente con le spinte regressive (che lo vogliono ancora bambino) e le spinte date dal suo nuovo corpo sensuale e sessuale che chiede e domanda.. un corpo che (si) sente adulto.

Nella labilità identitaria sperimentata da H., labilità che vede non solo la presenza della fase del ciclo di vita connotata dall’adolescenza, ma anche una labilità che fa sì che H., sia una ragazzina senza origine e senza alcun legame con la sua storia familiare, la giovane sembra infliggersi dolore su l’unica parte che sente (forse) ancora appartenerle: la pelle.

H., non ha un padre e non ha un centro stabile, un fulcro generazionale e familiare che la inscrive in un lignaggio di provenienza; un lignaggio che le fa sentire che lei sia parte di quel qualcosa; di quella famiglia, di quel luogo.

H., sperimenta quotidianamente un dolore: il dolore del sentirsi estranea a se stessa, straniera nel suo stesso corpo nudo, sprovvisto di quel vestito identitario che dovrebbe identificarla.

Il dolore psichico forte, impensabile..

Il dolore per quel buco identitario si attesta nel registro del reale con la lacerazione della pelle. Il dolore rende reale una sofferenza psichica che sarebbe altrimenti senza corpo; la vista del sangue caldo che sgorga rende viva e reale la sua sofferenza..

Poi il nulla..

Lo stato onirosimile in cui la giovane cade dopo aver compiuto il suo gesto.

H., ha davanti a sé un lungo percorso, un percorso che per forza di cose vede in prima linea anche sua madre. Le due donne avranno molto da dirsi, da raccontarsi. Ci saranno molte ferite da disinfettare, molte da suturare cominciando lentamente ad intessere punto dopo punto la leggera trama di cui H., è fatta.

Ogni punto segnerà una piccola scoperta nella storia familiare della ragazza e la madre – come un ago tenuto tra le mani da un sapiente chirurgo- dovrà lentamente legare con sottili fili di congiunzione, ogni passaggio della storia della ragazza.

Come la seta H. è resistente, ma dovrà imparare ad avere cura delle sue (molte) cicatrici.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

La fiducia

“Puoi rimanere deluso se ti fidi troppo, ma vivrai nel tormento se non ti fidi abbastanza”. 

Frank Crane

La fiducia potrebbe essere definita come una condizione personale ed interpersonale di rassicurazione ed affidabilità per il mondo circostante o anche nei confronti di una o più persone. Questa condizione influisce in maniera decisamente positiva sul comportamento e aiuta ad affrontare il mondo e le persone senza atteggiamenti di chiusura, sospetto, scetticismo, rifiuto e inquietudine. La fiducia in determinati casi è un buon antidoto al malessere psicologico.

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Erikson e poi Winnicott e Balint indicarono con il termine “fiducia di base” un periodo della vita dello sviluppo del bambino (riferito allo stadio orale) durante il quale il bambino ha la percezione di essere accolto, contenuto e benvoluto dall’ambiente in cui vive e dalle persone che lo accudiscono. Questa condizione di “fiducia di base” gli consentirà di sentirsi al sicuro in un ambiente affidabile e inoltre gli permetterà di poter riconoscere situazioni inaffidabili e negative. In questo periodo dello sviluppo psicologico, emotivo e cognitivo del bambino, se ci saranno condizioni di vita difficili e traumatiche potrebbero poi ripercuotersi sulla stabilità emotiva del bambino e quindi portare a sintomatologie depressive e nevrotiche.

Quindi dare la possibilità (anche se è una seconda o una terza) a se stessi di potersi fidare di qualcuno o di qualcosa, può aprirci nuove prospettive di vita e quindi aiutarci a comprendere che le delusioni sono spesso occasionali e fanno parte della vita, e che possiamo nuovamente fidarci di qualcuno se solo lo vogliamo.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Ti lascio il mio spettro: Ghosting.

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Dal 2000 il temine ghosting è diventato sempre più frequente. Dobbiamo tuttavia aspettare il 2010 e l’aumento esponenziale delle piattaforme (e del loro uso) social, per sentire con maggior forza e presenza, utilizzare questo termine.

Cosa e chi sono, allora, questi fantasmi?

La pratica del Ghosting comporta l’improvvisa interruzione (senza motivo) di tutti i contatti che una persona, aveva con un’altra. Si tratta di una sparizione improvvisa e immotivata che un partner, amico o conoscente, può attuare, lasciando l’altro preda di dubbi, incertezze e dolore (come vedremo, infatti, il processo di dolore che la separazione e il lutto sotteso al fenomeno di sparizione, comporta, non è diverso da quello di una comune perdita).

Chi è allora che fa Ghosting e perchè?

Il fenomeno in questione è piuttosto recente; essendo vittima della moda del momento, è ancora sotto osservazione e oggetto di indagine. Quel che è certo, è che la vittima – colui che inconsapevolmente viene abbandonato- soffre.

Per Lacan la trattazione sul fantasma parte dal riferimento del rapporto costitutivo per la soggettività umana rispetto alla propria mancanza a essere. Il fantasma diviene la messa in scena; compiendo una grande compressione teorica, possiamo dire che il fantasma consente una relazione tra i tre registri dell’esperienza (reale, immaginario e simbolico), attuando anche una funzione protettiva.

Il fantasma -infatti- protegge sia dall’orrore del reale, ma anche contro tutti gli effetti della sua divisione (conseguenza della castrazione simbolica).

Laplanche e Pontalis (1967) sosterranno che il fantasma è definibile come “uno scenario immaginario in cui è presente il soggetto e che raffigura, in modo più o meno deformato dai processi difensivi, l’appagamento di un desiderio… inconscio”.

Il fantasma apre ad una concettualizzazione psicoanalitica piuttosto complessa; la fusione fantasmatica, ad esempio, di un tempo mitico in cui si viveva all’ombra del rapporto fusionale con la madre che tuttavia porta con sé il fantasma di frammentazione, smembramento, ovvero l’angoscia del corpo in frammenti.

Il termine ghosting è certamente indicativo e in quanto “estero” fornisce una chiave di lettura forse più “divertente” rispetto al semplice italiano “sparizione”.

Possiamo provare a fare una riflessione insieme.

Colui/colei che pratica ghosting è probabilmente una persona incapace di vivere il contraccolpo del proprio desiderio, avendo terrore di ri-sperimentare l’originaria angoscia di frammentazione. Incapaci, in sostanza, di vivere il confronto (adulto) di una relazione che chiede e domanda; di un partner (o amico, conoscente) che chiede – seppur in maniera implicita- attenzioni, amore, uno scatto nel rapporto, decidono di rendersi evanescenti e scappare.

Rendersi trasparenti, coperti come da un velo, velo che si decide a piacimento di alzare o abbassare (di solito queste persone fanno sporadiche apparizioni) rende la convinzione/illusione di trovare ancora lì quella persona complice di questo “non” esserci.

Il Ghosting fa male; il ghosting provoca dolore (psichico e fisico); il ghosting ha radici psicologiche ben profonde.

L’incapacità di saper portare avanti e vivere un rapporto “adulto”, ha probabilmente radici in stili di attaccamento (riferisco al rapporto col caregiver durante l’infanzia) deficitari. Un contenimento non (o mal) avvenuto, un’incapacità di dare nome al proprio dolore o al proprio vissuto, scarsa capacità empatica.. potrebbero essere alcune delle cause che possono portare alcune persone a compiere questi atti di sparizione.

Sparire è un atto di violenza.

Se decidi all’improvviso di tagliare i ponti senza dare anche la minima spiegazione, non ti stai proteggendo dalla sofferenza; ti stai solo barricando nel dolore del non detto (e il non detto uccide; non ha niente di bello come invece qualche influencer di turno sta provando a dire).

Il non detto crea un alone di dubbi, incertezze, sensi di colpa.. Crea e deposita nella mente delle persone lo stesso velo di sparizione che colui che ha attuato il ghosting, ha indossato; l’unica differenza è che chi ha attuato il ghosting lo ha scelto, la vittima: no.

Ci si ritrova, pertanto, soli in balìa del nulla, dell’attesa e del non senso.

Ci si sperimenta soli, piccoli e vuoti. Si ripensa ai momenti belli cercando in questi la minima sfumatura che possa giustificare un atto così doloroso che chi (diceva) di amarti, ha messo in atto.

Sparendo l’altro ha portato via un pò di me.

Il processo che porta a superare questo tipo di perdita è lungo, simile ma non assimilabile tout court al superamento di un lutto. Nel lutto, infatti, superi la perdita di un corpo (una perdita che si attesta sul reale); nel ghosting devi partire con l’elaborazione di un lutto “di un’idea”; di una immagine; di un fantasma.

Bisogna concedere a sé stessi il giusto tempo per soffrire del dolore, vivere dell’assenza e nell’assenza senza dimenticare che il fantasma in questione è stata una persona che per un certo periodo ha vissuto al nostro fianco.

Quando però qualcuno decide di abbandonare senza una spiegazione e crede nelle proprie difese (che non vengono abbassate nemmeno dinanzi a quello che dovrebbe essere un sentimento), val la pena chiedersi se ha ancora senso stare male per chi, per noi, non ha avuto il minimo tatto.

L’amore non è un atto dovuto.

L’amore è amore, energia, sentimento e passione.

Si tratta di due universi che entrano in contatto generando energia sempre viva, che si modifica, vive momenti di rallentamento o picchi improvvisi di velocità ma non è mai distruttiva.

La pulsione che genera e tiene viva una coppia può solo essere energia vitale.

I fantasmi appartengono al regno dei morti.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.