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Sull’Addio..

“Non c’è niente di male nell’andarsene, Giusy…”

“Sì, ma”.. risposi

La frase citata mi fu detta durante una conversazione con una collega, in merito ad un caso che avevano seguito insieme.

Quanto può far male un addio?

Questo divenne il quesito del giorno. La mia collega (parecchio più grande di me), sosteneva che alla fin fine, un addio è un addio “arrivederci e grazie” in sostanza, e tutto torna -più o meno- come prima.

Nella mia opinione invece l’addio non è un “chi s’è visto s’è visto”; l’addio ha a che fare con l’assenza, con la sparizione, con il dolore, con la solitudine e quindi con il lutto.

L’addio fa sperimentare un crollo già avvenuto in uno stadio precedente nella vita del soggetto, analogamente a quanto Winnicott sostenne con “la paura del crollo” (ad esempio in merito agli attacchi di panico), dove la paura è -appunto- il ritorno di una paura già in precedenza sperimentata. Questa paura è inconscia in quanto si tratta di un evento passato che resta lì, come sull’uscio della porta pronto ad entrare; di questo evento (già sperimentato in passato), si ha paura, non lo si vuole ripetere anche se, non vi sono tracce di esso nella memoria (essendo relegato nell’inconscio).

Addio, non è Ciao. Ciao (ri)apre a un ritorno; è un “poi ci rivediamo, ci sentiamo”.. in sostanza è l’apertura, il tappeto che conduce alla porta che si riaprirà..

Addio è invece la serratura a cui è stato messo un lucchetto di cui non si conserva la chiave.

L’addio fa schifo, non ci sono altri termini e/o considerazioni.

Ma lo zero pulsionale non esiste; la pulsione anche quando è distruttiva e mortale è pur sempre una forza che spinge verso qualcosa.

Allora anche un Addio può trasformarsi in un nuovo “Ciao” che possiamo nuovamente offrire..

E che sia Ciao.. per tutti.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Il Disturbo Schizoide di Personalità

Questo disturbo della Personalità è caratterizzato principalmente da un distacco dalle relazioni sociali e da una riduzione dell’espressività emotiva. Questi pazienti vivono ai margini della società. Caratteristiche di questo disturbo sono disturbi nelle relazioni, lievi disturbi del pensiero, anedonia ed isolamento sociale. Ciò può indurre gli altri a cercare di stabilire un contatto con loro; tuttavia, gli individui che fanno tali tentativi finiscono col rinunciare dopo essere stati ripetutamente respinti.

Il mondo interno del paziente schizoide può differire considerevolmente dall’apparenza esterna dell’individuo. Egli vive una diffusione d’identità, data da una fondamentale scissione del Sé. I pazienti schizoidi non sanno con sicurezza chi sono e si sentono tormentati da pensieri, sentimenti, desideri e pulsioni fortemente conflittuali. Questa diffusione d’identità rende problematiche le relazioni interpersonali. Tali pazienti sembrano fondare la loro decisione di rimanere isolati sul convincimento che il loro fallimento nel ricevere ciò di cui avevano bisogno dalle loro madri implica che essi non possono in alcun modo tentare di ricevere altro da figure significative incontrate successivamente.

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Tutte le relazioni, quindi, sono vissute come pericolose e come tali da evitare. Poiché la decisione di non relazionarsi lascia l’individuo solo e vuoto, è spesso presente un “compromesso schizoide”, per cui il paziente si aggrappa agli altri e simultaneamente li respinge. Il caratteristico ritiro dalle relazioni interpersonali del paziente schizoide può assolvere un’importante funzione evolutiva. Secondo Winnicott, l’isolamento e il ritiro del paziente schizoide è un modo per comunicare e preservare il “vero Sé”, invece di sacrificare questa autenticità a interazioni artificiali con gli altri che porterebbero a un “falso Sé”.

I pazienti schizoidi che permettono al terapeuta di accedere ai loro mondi interni spesso riveleranno fantasie onnipotenti, che aumentano di frequenza in proporzione inversa rispetto al livello della loro stima di sé. Non avendo buone rappresentazioni interne del Sé e dell’oggetto che li possano aiutare ad avere successo nelle relazioni o nella carriera, i pazienti schizoidi si servono delle fantasie di onnipotenza per aggirare tale percorso e raggiungere direttamente le loro fantasie grandiose. I pazienti schizoidi provano spesso una grande vergogna per le loro fantasie e sono riluttanti ad ammetterle.

Restano quindi per lo più isolati anche perché appaiono indifferenti a stabilire delle relazioni strette e non paiono interessati a far parte di un gruppo di amici o di una famiglia. Preferiscono stare da soli e per questo agli altri paiono isolati e solitari.

Spesso sono anche indifferenti alle critiche o all’approvazione degli altri. Hanno difficolta persino ad esprimere la rabbia anche in risposta a provocazioni. Possono inoltre avere poco interesse alle esperienze sessuali.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Giocare..

„È nel giocare e soltanto mentre gioca che l’individuo, bambino o adulto, è in grado di essere creativo e di fare uso dell’intera personalità, ed è solo nell’essere creativo che l’individuo scopre il sé.“

Donald Woods Winnicott
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Non perdiamo mai la gioia di giocare. Facciamo giocare i bambini e i ragazzi. Insegniamo loro a giocare e giochiamo insieme a loro. Il gioco è un prodotto della nostra fantasia, della nostra creatività, è un pezzo importante del nostro essere.

dott. Gennaro Rinaldi

Il bambino, l’ambiente, l’handling e l’holding.

Quanto è importante l’ambiente e l’esperienza reale del bambino per il suo sviluppo maturativo? E quanto è importante la relazione con i genitori nelle prime fasi dello sviluppo?
Buona lettura!

ilpensierononlineare

Quanto è importante l’ambiente e l’esperienza reale del bambino per il suo sviluppo maturativo?

Secondo un noto psicoanalista e pediatra inglese Donald Winnicott (morto nel 1971), il ruolo della madre (le prime cure) e dell’ambiente è fondamentale per lo sviluppo del bambino e per lo strutturarsi del suo Sé.

La funzione naturale della madre, chiamata da Winnicott “preoccupazione materna primaria” offre al suo bambino quel sostegno necessario all’integrazione tra psiche e soma (personalizzazione), allo strutturarsi di una vera relazione oggettuale e di un senso di realtà. Questo sostegno (holding) insieme alla manipolazione (handling – lavare, nutrire, accarezzare, coccolare) sono essenziali all’instaurarsi di una buona relazione madre-figlio. Il bambino sarà allora in grado di superare una serie di angosce “impensabili”.

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Winnicott aveva inoltre sottolineato anche l’importanza dell’esperienza e delle relazioni reali con l’ambiente per lo sviluppo maturativo del…

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Lacerazione del vestito Identitario: H. e il cutting.

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Una ragazza di origini straniere arriva al consultorio su invio della madre. La giovane di 15 anni è in realtà molto felice di essere da noi (le motivazioni intrinseche appaiono pertanto piuttosto forti sin da subito), e H. non ha problemi a raccontarci la sua storia.

Brevemente: la ragazza si presenta come una giovane molto carina e curata; è leggera quando si muove nello spazio, quasi sembra sia fatta di seta, resistente e di spessore sottile. Ciò che colpisce è – tuttavia- una sorta di spettralità che quasi avvolge la ragazza; una sorta di alone di tristezza che si mescola con la sua evanescenza dei movimenti.

La giovane dice di essersi trasferita in Italia con la madre quando lei aveva all’incirca 3 anni; del padre non si sa nulla. La madre aveva un ottimo lavoro nel paese di origine ma ha deciso ugualmente di trasferirsi.

Dalla raccolta anamnestica sappiamo che la famiglia (composta dalle sole 2 donne) si trasferisce frequentemente: pur restando nella stesa regione, la diade cambia comune di residenza almeno 2 volte l’anno. H. non ha amici e nemmeno un fidanzato (cosa che vorrebbe, invece con tutto il cuore); ama il teatro ma non può frequentare nessuna compagnia a causa dei continui trasferimenti; ha smesso gradatamente di mangiare “tanto mangio sempre da sola!” dorme sempre meno (fa un uso smodato delle maratone netflix), non ha interessi per nulla e dice di sentirsi pesante nel petto.

Da successive informazioni e un ulteriore colloquio con la madre, sappiamo che H. da qualche tempo usa infliggersi tagli sul corpo.

Circa il 70% dei giovani tra i 12 e i 14 anni usa provocarsi ferite, piccoli tagli e/o bruciature. L’autolesionismo è stato inserito nel DSM V all’interno dei “disturbi diagnosticati per la prima volta nell’infanzia, fanciullezza e adolescenza” come autolesionismo non suicidario e autolesionismo non suicidario non altrimenti specificato.

Nock, 2006 o Fliege, 2009, evidenziano come l’autolesionismo in adolescenza sia associato con la depressione, relazioni familiari disfunzionali, isolamento scolastico, ansia, etc; sembra inoltre che tale condotta possa essere letta come una strategia disadattiva di coping. Le strategie di coping sono infatti tutte quelle con le quali le persone affrontano le situazioni potenzialmente stressanti. Il coping viene definito come l’insieme degli sforzi cognitivi, affettivi e comportamentali di un individuo attivati per controllare specifiche richieste interne.

Sappiamo – con Freud, 1928- che l’Io è innanzitutto un’entità corporea, è infatti il derivato sia di tutte quelle sensazioni corporee che di quelle provenienti dalla superficie del corpo; è ciò che Winnicott – ad esempio- ci rende noto quando parla dell’handling materno ovvero di tutte quelle attività che riguardano la manipolazione del corpo del neonato (pulizia, massaggi, coccole, e così via).

Sappiamo che H. si trova in quella delicata fase della vita che è l’adolescenza.. un adulto in divenire che lotta continuamente con le spinte regressive (che lo vogliono ancora bambino) e le spinte date dal suo nuovo corpo sensuale e sessuale che chiede e domanda.. un corpo che (si) sente adulto.

Nella labilità identitaria sperimentata da H., labilità che vede non solo la presenza della fase del ciclo di vita connotata dall’adolescenza, ma anche una labilità che fa sì che H., sia una ragazzina senza origine e senza alcun legame con la sua storia familiare, la giovane sembra infliggersi dolore su l’unica parte che sente (forse) ancora appartenerle: la pelle.

H., non ha un padre e non ha un centro stabile, un fulcro generazionale e familiare che la inscrive in un lignaggio di provenienza; un lignaggio che le fa sentire che lei sia parte di quel qualcosa; di quella famiglia, di quel luogo.

H., sperimenta quotidianamente un dolore: il dolore del sentirsi estranea a se stessa, straniera nel suo stesso corpo nudo, sprovvisto di quel vestito identitario che dovrebbe identificarla.

Il dolore psichico forte, impensabile..

Il dolore per quel buco identitario si attesta nel registro del reale con la lacerazione della pelle. Il dolore rende reale una sofferenza psichica che sarebbe altrimenti senza corpo; la vista del sangue caldo che sgorga rende viva e reale la sua sofferenza..

Poi il nulla..

Lo stato onirosimile in cui la giovane cade dopo aver compiuto il suo gesto.

H., ha davanti a sé un lungo percorso, un percorso che per forza di cose vede in prima linea anche sua madre. Le due donne avranno molto da dirsi, da raccontarsi. Ci saranno molte ferite da disinfettare, molte da suturare cominciando lentamente ad intessere punto dopo punto la leggera trama di cui H., è fatta.

Ogni punto segnerà una piccola scoperta nella storia familiare della ragazza e la madre – come un ago tenuto tra le mani da un sapiente chirurgo- dovrà lentamente legare con sottili fili di congiunzione, ogni passaggio della storia della ragazza.

Come la seta H. è resistente, ma dovrà imparare ad avere cura delle sue (molte) cicatrici.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.