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Emozioni musicali.

Sono una musicista, pianista (di strumento) e musicista di voce; sono musicista di corpo, di mani e movimento…

Musicista di emozioni.

Con le emozioni mi ci sono più scontrata che incontrata; è sempre stata una dura lotta non cedere alla terzina di Debussy o alla volatina di Chopin. Trecento volte ho suonato lo stesso accordo, trecento volte ho pianto (tanto che una volta, il maestro mi disse di non saper cosa fare; la mia risposta fu “Lei, maestro?”).

Le emozioni mi hanno paralizzata sul palco.

Conosco il suono delle sfaccettature, gli armonici che accompagnano un suono fondamentale conferendogli la sua particolare qualità.

Ho ricercato nell’umano tutte quelle piccole notine (perché il suono prodotto da un corpo vibrante non è mai puro, ma costituito da più suoni che si differenziano per intensità e frequenza) e ho immaginato che l’umano facesse scorta di altro umano, per (ri)suonare.

Sono suono; suono di piedi – sempre scalzi – che camminano sulla terra mia quella fatta di magma che calpesto; magma che mi attraversa , mi fa vibrare, magma che fuoriesce da me, dai miei capelli che avvolgono e attraversano la schiena tutta e mia.

Sono corpo che vibra come pelle di tammorra, percossa da mano sapiente che gioca con la membrana che mi riveste.

Sono suono d’aria, di vento e di risata (sempre e comunque).

Sono suono di sole che brucia la pelle e conferisce a ciascuno, il suo colore.

Suono di voce jazz che si perde nel fumo che emerge dal retro di un bicchiere – sempre pieno- di rosso o di amaro..

Suono di vestito che gira e rigira in una eterna danza.

Sono suono di silenzio, il silenzio che ho accettato e accolto nel mio lavoro, un lavoro che sa di equilibrista che (pure) in punta di piedi si sposta da capo all’altro del sentire umano.

Sono suono di emozioni, quelle che ti fanno bruciare la pancia, lo stomaco.. Quelle che senti nel petto che “pizzica” e nel viso che diventa rovente (proprio come raggio di sole).

Cerco i suoni anche delle stonature peggiori perché ascoltare, viene (sempre) prima di giudicare.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.